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Cambio Vita – Giuseppe Stinca intervista Werner Kropik

Esperienze di essenzialità

August 27, 2014 7:17 pm by: Category: A day in a life of, Lifestyle, Travel Leave a comment A+ / A-

Werner Kropik, nasce nel 1942 a Vienna, dove consegue la maturità artistica. Studia per sei anni all’Accademia di Belle Arti. Si trasferisce poi in Svizzera, a Lugano, dove svolge per molti anni l’attività di orafo. Poi succede qualcosa ed allora molla tutto e si dedica a documentare frammenti di vita reale, discosta, diversa. Diventa documentarista e con cuore e sete di conoscenza si avventura per il mondo, spesso in Asia Centrale – India, Pakistan, Cina e Tibet – ma non solo, sempre con la sua bicicletta schivando tutti i luoghi comuni di un tradizionale turista. Decido allora di conoscere meglio questo eclettico ed eccentrico personaggio per carpire frammenti della sua particolare filosofia di vita e di viandante. Werner è affabile, mi riceve in cucina, un ambiente accogliente e vissuto, e prendiamo insieme un caffè… lungo, naturalmente. Lo condivido con voi.

1. Werner, con la tua bicicletta avevi girato tutta l’Austria già nel 1960. Nel 1994 hai però deciso di mollare tutto per dare un nuovo corso alla tua vita. Un corso che ti ha portato a lasciare la tua “comfort-zone” ed il tuo entourage dove vivevi, forse comodamente, in Svizzera, partendo per una serie di viaggi ed iniziando ad osservare e documentare con occhi curiosi inedite situazioni, culture e stili di vita totalmente diversi dai nostri.

Perché questa scelta? Perché cambiare in modo così radicale?

La scelta di cambiare vita credo che passi nella testa di quasi tutti noi almeno una volta. A volte c’è un forte bisogno di farlo a volte prevale la paura dell’incognito, di lasciare le certezze. Mi licenzio dal lavoro e poi, come faccio? Molti non fanno questo passo per comprensibili ragioni, anche molto pratiche, come guadagnarsi i soldi per vivere, la responsabilità magari verso la moglie verso i bambini, o altri condizionamenti. Il mio caso era diverso. Io ero abbastanza libero perché senza moglie né figli potevo prendere questa decisione più serenamente. Credo però che ognuno debba almeno vedere, valutare un’alternativa a quello che fa tutti i giorni. Quando poi si rende conto che non è più soddisfatto allora è il momento per fare questo passo, anche perché abbiamo una sola vita e se sbagliamo in questa non ne abbiamo un’altra.

2. Spesso i cambiamenti radicali sono indotti dal fenomeno del bivio, ossia la necessità o casualità di prendere una direzione piuttosto che un’altra. Questo incute timori, ansia, incertezza e per molti anche angoscia.

Quali erano le tue possibili direzioni/opzioni e perché hai scelto questa? Cosa ti ha influenzato maggiormente?

Bicicletta_caricaPrima di tutto mi sono lasciato la possibilità di tornare alla mia professione. Avevo ancora il laboratorio con tutti gli attrezzi e potevo dire “mi permetto un anno sabatico, non faccio niente e scopro cosa potrei fare da grande”. Anche perché non avevo ancora nessuna idea di fare poi documentari, che ritengo ancora un hobby e non una professione e, per questo, il mio passo non è stato poi così coraggioso come potrebbe sembrare. Ben altra cosa è se si decide di andare a vivere in Australia, dall’altro capo del mondo, si vende tutto qui da noi e, senza lavoro, ci si mette in viaggio. Io ho deciso inizialmente di fare una pausa di un anno per riflettere e poi decidere se ritornare per fare il gioiellino in oro oppure no. Questo era il mio bivio ed ho preso la mia direzione.

3. I tuoi numerosi e lunghi viaggi sembrano richiamare tutti un ritorno all’essenzialità, al valore delle cose semplici, mettendo al centro l’uomo, le sue tradizioni, i suoi bisogni di base, le sue contraddizioni, fuori dalla logica del consumismo.

Perché questa ricerca dell’essenziale, certamente non casuale?

Bambine_stradaMah, vedi, noi ci siamo creati anche tanti bisogni artificiali. Se ci paragoniamo ad un cagnolino che necessita di un po’ di cibo un po’ d’acqua e un posticino all’asciutto per dormire, a noi questo non bastava più, ci siam dovuti creare così tanti bisogni per sentirci sempre più ricchi. Questo stile di vita è basato sul possesso delle cose, ma questo è avere e solo avere. Avere ed essere sono due diverse impostazioni di vita. Essere significa vivere emozioni che possono arricchirci dentro. Puoi essere anche milionario e possedere tante cose, ma ritrovarti molto povero, annoiato, vuoto dentro, triste, senza più gioia di vivere. Allora uno deve prima sapere chi è e quali sono i suoi bisogni essenziali dopodiché andare nella direzione giusta per soddisfarli. Certo non dico che tutti dobbiamo vivere questa o quella vita ma ognuno deve trovare le sue dimensioni, fare le giuste scelte, guardandosi allo specchio con sincerità e dire “cosa mi fa sentire vivo?”. Perché se soffro quando vedo fuori il sole e sono in un ufficio davanti a un computer allora sono al posto sbagliato, devo diventare un bagnino o un giardiniere, così potrò sentirmi felice all’aria aperta. Per questo dico che uno deve sentire e sapere cosa è per lui importante. Così non è più difficile vivere sull’essenziale.

4. Nei tuoi viaggi/incontri trovi spesso ospitalità presso le persone del posto, che notoriamente sono molto povere ma che dividono volentieri con te ed i tuoi accompagnatori quel poco che hanno.

Qual è il segreto per ottenere quest’accoglienza? Non hai mai trovato ostilità, reticenza, sospetto per questo viandante che si muove in bicicletta? E il rischio di non trovare un tetto per la notte?

È un po’ un mito che tutta la gente ti accoglie con le braccia aperte. Ci sono quelli che guadagnano sul viaggiatore, magari anche in modo modesto avendo un piccolo alloggio da affittare o avendo un minuscolo ristorantino, ed è logico che tu sia considerato un cliente come un altro. Solo in situazioni di emergenza mi è capitato che qualcuno mi ospitasse. Devo però anche dire che non ho cercato spesso questa soluzione perché ti limita come viaggiatore nelle tue scelte, condizionando le tue decisioni e riducendo la tua indipendenza. Non puoi decidere come gestire una serata o cosa fare l’indomani così liberamente se sei ospitato. Per questo, mi porto la mia tenda. Quando non ci sono alloggi per strada, com’è stato il caso più volte nel viaggio in bicicletta da Lugano a Hong Kong o in Iran, abbiamo nascosto la bici qualche centinaio di metri lontano dalla strada per non essere visti e abbiamo montato la tenda. Ma non era una situazione voluta, erano emergenze e quindi ci si adattava a dormire in tenda…con un occhio aperto e uno chiuso. Spesso abbiamo dormito in questi alberghetti, dove dormono i camionisti, che sono purtroppo piuttosto rumorosi e squallidi però c’era l’essenziale, perciò il contatto col contadino che ti offre un angolo della sua casa è capitato, ma piuttosto di rado.

5. I tuoi documentari testimoniano un mondo difficile, i cui ritmi sono scanditi da una minore, o quasi zero frenesia per l’efficienza e per il consumo. Il contrario delle logiche occidentali. La nozione del tempo sembra poi avere tutt’altro significato. Si direbbe che tu tenda ad allargare la scala temporale, una sorta di “stretching” del tempo dove i minuti diventano ore e le ore diventano giorni. Quasi trasformandoti in un “passeggero del tempo”. E questo non è casuale. Si tratta di un fatto caratteriale o è dovuto ad un necessario tuo adeguamento ai ritmi locali? Come si sopravvive in giornate così lunghe e con mezzi così ridotti e con così poche distrazioni? Dove si trova la motivazione, la forza per andare avanti, per continuare a raccogliere emozioni come semplice viandante?

Raccontaci un momento in cui la nozione del tempo ha assunto per te un altro significato, in cui ti sei trovato a sorridere dei nostri comportamenti occidentali…

No, sorridere no, ma riflettre quello si. Noi occidentali abbiamo una relazione strana con il tempo perché già da piccoli dobbiamo “usare, consumare” il tempo. Ci sentiamo dire da sempre che bisogna fare qualche cosa di utile, di intelligente, di non “sprecare” il tempo. Addirittura nel tempo libero dobbiamo giocare al tennis, imparare a suonare uno strumento, imparare un lingua, eccetera. Dobbiamo saturare il tempo. Non abbiamo mai a disposizione un tempo veramente libero dove non si fa niente, dove si è soli a guardare le nuvole e dove abbiamo la tranquillità anche di digerire cose vissute. Si, perché se uno va in internet o guarda la televisione o è davanti al computer durante il lavoro o a casa, quando ha veramente tempo di digerire le emozioni? Ma poi, quali emozioni, se viviamo di routine, nel lavoro, nella nostra vita. Ecco perché il viaggiare ti mette in una nuova condizione magari anche in situazioni non tanto comode che però devi gestire e che ti obbligano a riflettere e rivedere il senso di quello che fai e ad allungare la scala del tempo. Cosa che di raro facciamo o se lo facciamo, molto spesso entriamo in crisi. Questo rivedere il perché si fanno le cose e come le si fanno è come fanno i pittori che ogni tanto si allontanano dalla tela per staccarsi dal dettaglio e vedere l’insieme. Se non lo si fa ci si perde nelle piccole cose, nelle inutili arrabbiature e nelle futili frustrazioni. In questi casi si dà spesso la colpa al superiore, alla moglie o al marito, anziché dire no: siamo noi stessi che ci creiamo delle aspettative e non necessariamente il mondo è come noi lo vogliamo o come vogliamo il nostro partner, da qui il conflitto. Allora devo ammettere che io queste frustrazioni me le sono create da solo e solo io posso cambiare, cambiando l’approccio alla realtà che vivo. Solo nei miei mezzi posso trovare il modo per fare di una situazione qualche cosa di bello o di brutto. Ma spetta solo a me.

6. Nelle realtà che esplori, molto spesso non esiste assistenza sanitaria, l’acqua è imbevibile, non vi sono bagni o docce disponibili per migliaia di chilometri, strade e città colme di rifiuti, eppure si sopravvive con… pochissimo. Certamente avrai visto e documentato anche la miseria, le malattie, gli stenti, la sofferenza.

Come reagisci in questi casi? È possibile non rimanerne emotivamente coinvolti?

Tanti mi hanno chiesto com’è la povertà in questi paesi, noi siamo abituati al nostro modo di vivere che riteniamo “normale”.Bambini_pagoda Certo può crearci uno shock vedere la realtà di un sobborgo di una città indiana, però, in fondo è la nostra paura di vivere come vivono loro che ci emoziona, ci tocca, ci genera ansia. Io non ho mai avuto la pretesa di cambiare il mondo, pur rispettando amici e conoscenti che s’impegnano per costruire pozzi per acqua potabile, scuole, ospedali. Tutto questo è lodevole ma nella sostanza non cambia un gran che lo stato delle cose, purtroppo. L’Africa, ad esempio, in trent’anni ha ricevuto oltre 600 miliardi di dollari non come prestiti ma come aiuti a fondo perso, e l’Africa oggi non sta meglio rispetto agli anni sessanta/settanta. Per questo che dico che è il modo di pensare che crea “la realtà”. In India, per esempio, hanno tutti grande cura della loro casa. Si lavano almeno una volta al giorno curando la loro igiene personale, ma poi si sentono responsabili solo fino ad un metro di distanza circostante la loro casa. Oltre questa distanza è l’abbandono, il cumulo di rifiuti, terra di nessuno. Se nella fila di case di una strada ce n’è una disabitata, anche temporaneamente, loro gettano i rifiuti davanti a questa casa, in assenza di proprietario. Così le strade, tutto ad un tratto presentano dossi fino a un metro di altezza che non sono dovuti all’asfalto ma all’incrostazione di rifiuti che, schiacciati da camion e auto, nel tempo hanno plasmato la carreggiata. Così sai che sei davanti ad una casa disabitata. Quindi l’indiano non ha nessuna attenzione per l’ambiente circostante, per i boschi, per le rive dei fiumi, ecc. E’ inutile pensare di cambiare questo atteggiamento. Ho visto un grande villaggio di pescatori dove gli abitanti usano fare i loro bisogni direttamente nel mare. Scelgono se possibile la bassa marea, così quando arriva l’alta marea tutto si lava via. Così facendo si sono anche accorti che prendono più pesci, perché i pesci si nutrono anche di questo. Poi una ONG ha pensato bene di costruire un grande, bellissimo gabinetto pubblico per loro, nel villaggio, ma non lo usa nessuno perché per loro è assurdo fare i bisogni in un ambiente chiuso e poi perché così perderebbero gran parte del pescato. Quindi non dobbiamo pretendere di imporre le nostre abitudini, le nostre regole, la nostra idea d’igiene. Dobbiamo piuttosto lasciare che loro stessi possano svilupparsi secondo i loro costumi e ritmi. Certo è molto triste vedere bambini che muoiono ancora per infezioni intestinali, ma se così non fosse, l’esplosione demografica sarebbe ancora più accentuata. In Etiopia, da dove sono da poco rientrato, nel 1935 c’erano 15 milioni di etiopi, oggi sono 90 milioni. Specialmente nei paesi più poveri, ad esempio nel Niger, vi sono le quote di crescita della popolazione più elevate. Noi portiamo aiuti, grano, medicine, vaccini, ma così facendo paradossalmente contribuiamo ad acuire il problema nel tempo. Non si riesce a porvi un freno. I cinesi l’hanno tentato e non sappiamo ancora come mai continuino a crescere nonostante l’aver limitato per lungo tempo le nascite ad un solo figlio per coppia. Ma la popolazione invecchia e quindi hanno allentato il vincolo. Le materie prime e le risorse alimentari scarseggiano e il bisogno è sempre maggiore perché la popolazione cresce senza controllo. Quando chiedo a un genitore di 17 figli in India cosa succede se ognuno dei tuoi figli ne fa anche lui 17, lui mi dice “Dio se ne occuperà, non è il mio problema”.

7. Quando puoi però fai rientro in Svizzera, nel Ticino che ami molto e dal quale pianifichi la tua prossima avventura.

Mai avuto ripensamenti per il tuo cambiamento di vita? Non sei mai stato tentato di riprendere la tua attività di artista e orafo rientrando così nella comfort-zone in Svizzera in modo stabile?

Apprezzo molto anche la comodità, ma come vedi, dalla mia cucina, sono stato sempre un minimalista. Per questo non ho mai voluto possedere molte cose. Sono riuscito a vivere tutta la mia vita senza l’automobile e questo non mi ha impedito di arrivare ovunque. Certo queste scelte comportano anche qualche limitazione nelle frequentazioni locali, se un amico sta nel Malcantone, ti serve l’auto ed allora dipendi da qualcuno che venga a prenderti e ti riporti a casa. Ma quelle rare volte in cui avrei avuto la necessità di disporre di un veicolo non avrebbero giustificato l’acquisto e la manutenzione di un ammasso di lamiera, senza contare i costi che devi affrontare anche quando non viene utilizzata. Pagare un parcheggio per un anno è più costoso di un viaggio di un mese in India nelle località che amo o che non ho ancora esplorato oppure in riva ad un mare incontaminato. Ah, dimenticavo, non ho mai avuto ripensamenti.

Werner, ti ringrazio tantissimo per questa bella ed illuminante chiacchierata, buon viaggio!

Intervista di Giuseppe Stinca a Werner Kropik per

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